mercoledì 18 gennaio 2012

IL TITANIC E IL SEGRETO DELLA FED


IL TITANIC HA INABISSATO IL SEGRETO DELLA FED

17GEN
http://ilfattaccio.org/2012/01/17/il-titanic-ha-inabissato-il-segreto-della-fed/

IL 14 APRILE DEL 1912 AFFONDA IL TITANIC
Tra i ghiacci e nelle nebbie di un mistero che nessuno ha mai osato raccontare, se non tra le righe di una romantica storia d’amore in grande stile hollywoodiano. In una notte senza luna si è in realtà consumata una storia che è stata scritta 14 anni prima da Morgan Robertson, precisamente nel 1898, in un libro in cui si narra l’affondamento di un transatlantico che si scontra contro un iceberg. Il suo primo nome era “Futility”, cambiato poi in “The wreck of Titan”, e descrive con dovizia di particolare una nave in tutto e per tutto simile al Titanic, sia come peso che come capacità, come lunghezza e struttura interna, destinato ad affondare nella stessa data, alla sua prima traversata, mietendo centinaia di vittime ad eccezione dei pochi a cui erano destinate la scialuppe di salvataggio.
LA STORIA E’ MOLTO PIU’ ASSURDA DI QUANTO SI PENSI
Perché se per molto tempo si è parlato di una vera truffa alle compagnie di assicurazione messa in piedi dai costruttori del Titanic, oggi possiamo dire che questo disastro si intreccia con il segreto della Federal Reserve. Il Titanic doveva affondare perché con esso sarebbe andato negli abissi anche il segreto della Federal Reserve e coloro che avrebbero voluto impedire che i Banchieri si riunissero per appropriarsi del sistema monetario e soggiogare gli Stati nazionali.Facciamo dunque qualche passo indietro, e torniamo al 1910, quando sette uomini, i Banchieri più potenti del mondo, si incontrarono sull’Isola di Jekyll per progettare la costituzione della Federal Reserve Bank. Nelson Aldrich e Frank Valderclip rappresentavano l’impero finanziario dei Rockefeller, Enric Davidson, Charles Norton e Benjamin Strong rappresentavano J.P. Morgan, Paul Warberg rappresentava i Rothschilds, la dinastia Tecnica bancaria dell’Europa, che erano anche gli agenti tecnici bancari del Vaticano in quanto gestivano la ricchezza della Chiesa Cattolica.


La rivolta dei forconi ai Tg di RaiNews, Sky e TG3



La Sicilia e la rivoluzione dei forconi.
Ancora contro la Manovra del Governo Monti, questa volta a ribellarsi è un'intera regione e i Tg di tutta Italia non ne hanno parlato.Gli autotrasportatori della regione Sicilia, per ribellarsi alle iniquità della Manovra Monti si sono riuniti nel "Movimento dei forconi" e sono entrati in sciopero, una vera e propria rivoluzione; la protesta è soprattutto contro le accise che stanno colpendo la Trinacriache per ogni 1000 euro ne paga 596 di tasse allo Stato.Alla rivolta pacifica ha aderito moltissima gente, nonostante tutte le città siciliane stiano risentendo dei blocchi, che hanno causato notevole rallentamento del traffico.Agrigento, Palermo, Caltanissetta, Gela, manifestazioni, con blocchi stradali pacifici, che non creano problemi alle forze dell'ordine, in tutte le maggiori città della regione, di cui le televisioni nazionali e la stampa non hanno fatto parola.Da ieri in Sicilia è rivoluzione e l'Italia non ne sa nulla, una rivoluzione contro il Governo che, secondo i manifestanti, ha ridottola Sicilia ad un vero e proprio collasso economico.Soltanto i giornali locali e del Mezzogiorno hanno reso nota la notizia di quello che sta accadendo in Sicilia.
Da http://www.investireoggi.it/news/la-sicilia-e-la-rivoluzione-dei-forconi/


Scaffali semi vuoti, benzinai a secco

Tir e Forconi chiudono il porto di Palermo

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E' il terzo giorno di sciopero e gli autotrasportatori Aias, gli agricoltori di "Forza d'urto" e "Movimento dei Forconi" non sembrano cedere di un millimetro: chiedono un intervento del Governo per ridurre il prezzo del gasolio in Sicilia. Aumenta la tensione in tutta l'isola
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Uno dei blocchi dei Tir


Uno dei blocchi dei Tir

Palermo, 18-01-2012

La Confederazione italiana agricoltori ed il Codacons chiedono l'intervento delle autorità "per garantire la libera circolazione di merci e persone". Le due associazioni manifestano la disapprovazione "per i metodi di attuazione della protesta, che ledono le libertà e i diritti dei siciliani, arrecando loro un danno ulteriore invece di agevolarli e procurare miglioramenti nelle condizioni generali di vita".

Per motivi di ordine pubblico la Capitaneria di porto di Palermo ha disposto la chiusura del varco principale di accesso all'area portuale. A Catania, i tir che trasportano beni di prima necessita', vengono scortati dalla polizia.

Conto salato
Cia e Codacons sottolineano che "lo sciopero e il conseguente blocco impediscono la circolazione non solo delle merci ma anche delle persone e stanno creando notevoli difficoltà allo spostamento deicittadini, ottenendo l'effetto di penalizzare ulteriormente la Sicilia, la sua fragile economia e in particolare la commercializzazione dei prodotti agricoli siciliani".

Protesta annunciata fino al 20
E' il terzo giorno di sciopero e gli autotrasportatori Aias, gli agricoltori di "Forza d'urto" e "Movimento dei Forconi" non sembrano cedere di un millimetro: chiedono un intervento del Governo per ridurre il prezzo del gasolio in Sicilia. Aumenta la tensione in tutta l'isola.
Gli autotrasportatori ieri hanno presidiato diversi snodi stradali, bloccando il traffico all'ingresso delle città e la linea ferroviaria Palermo-Messina occupando i binari.

Le ragioni dei Forconi
Dal "Dal 16 al 20 gennaio 2012 tutto il Popolo Siciliano si ferma perchè non è più disposto a essere schiavo di qualcuno. Visionate il video e partecipate a questa alba della nostra vita, della vita di tutti e dell'Italia intera", spiega in un video su YouTube uno degli aderenti al Movimento dei Forconi, che in un profilo Facebook si autodefinisce "un'Associazione di agricoltori, pastori, allevatori stanchi del disinteresse quando non del maltrattamento da parte delle istituzioni".

Il Movimento lamenta il costo eccessivo dei carburanti, che rende ormai non competitivi sui mercati i prodotti agricoli siciliani. E ancora:come mai in Sicilia, dove si raffina il 40% della benzina italiana, gasolio e super spesso costano di più?
Il Movimento raccoglie consensi crescenti dalle campagne alle città: a Gela un corteo di contadini e camionisti è stato rapidamente ingrossato da artigiani e commercianti e più di un negozio ieri ha abbassato le saracinesche in segno di solidarietà. "Il fisco ci tartassa, anche al benzinaio", dicono. Ma sul web sbocciano richieste di sopensione delle procedure esecutive della Serit-Equitalia e di tutela dei marchi siciliani dei prodotti agricoli.

I media e il movimento
La protesta non si placa ma inizialmente i media tradizionali sembrano quasi ignorarla. Se ne occupano i siti web, anche per l'attivismo on line di alcuni 'militanti' che viene registrato, invece, da radio e tv siciliane. "Siamo apartitici", è la frase più ricorrente, ma in pochi giorni emergono la figura di Mariano Ferro, ex Mpa, e quella del leader sindacale Giuseppe Richichi.

La stampa più sensibile al cosiddetto popolo viola raccoglie la denuncia di Beppe Grillo: uno dei pilastri della protesta, 'Forza d'urto' altro non sarebbe se non un cugino presentabile del movimento di estrema destra Forza Nuova. Ma le etichette non sembrano fotografare con precisione né la protesta né il movimento, che raccoglie l'interesse anche del presidente del Palermo Calcio Maurizio Zamparini, guarda caso da pochi mesi impegnato in politica con il suo 'Movimento per la gente'.

Neanche una goccia
A Palermo da ieri i distributori di carburanti sono a secco e davanti agli ultimi ancora in funzione si sono registrate code di auto incolonnate fino a notte fonda. Stessa sorte anche per i generi alimentari, che cominciano a scarseggiare nei supermercati rimasti senza forniture.

Rinascita sicula
Martino Morsello, rappresentante del "Movimento dei Forconi" che promuove la protesta, ha spiegato che la manifestazione è il segno di una "volontà di rinascita siciliana. Finchè la politica e la classe dirigente resteranno sorde al grido di disperazione e di rivolta dei lavoratori - ha detto Morsello - scenderemo in piazza per esprimere il nostro disagio".
Chiedendo le dimissioni del presidente della Regione, Raffaele Lombardo, Morsello ha anche annunciato "la possibilità di portare la protesta e le migliaia di manifestanti, davanti al portone di Palazzo d'Orleans", sede del governo regionale siciliano.

Banca mondiale: Scende la crescita globale verso una crisi da cui “non si salva nessuno”


L’economia del pianeta crescerà solo del 2,5, rispetto alle previsioni del 3,6. Scendono zona euro, Usa, Cina, India, Giappone. La crescita nei Paesi in via di sviluppo sarà del 5,4; nei Paesi ricchi dell’1,4. Favorire ammortizzatori sociali e programmi di infrastrutture. I prezzi delle derrate alimentari sono scesi del 14%, ma il problema del cibo rimarrà cruciale per i Paesi poveri. 

Pechino – La Banca mondiale ha tagliato le sue previsioni sulla crescita globale, mettendo in guardia anche le nazioni emergenti. Se la crisi persiste soprattutto nella eurozona, la discesa sarà molto dura e nessuna nazione verrà risparmiata.
Presentando il rapporto sull’economia globale, Justin Lin, capo economista dell’organismo, ha detto che l’economia del pianeta crescerà solo del 2,5% nel 2012 (rispetto alle previsioni del 3,6); l’area dell’euro si contrarrà allo 0,3% (su stime precedenti dell’1,8); gli Usa cresceranno del 2,2 (rispetto al 2,9). Per il 2012 vengono ritoccate anche le prospettive di crescita del Giappone (1,9% da 2,6); della Cina (8,4 dall’8,9) e dell’India (1,9 dal 6,5%)
I dati rilasciati oggi in Asia (ieri negli Usa), sono impressionanti se paragonati con le previsioni del 2011 (2,7%), del 2010 (4,1) e del 2009 (2,9). La Bm ha però anche aggiunto che “perfino giungere a questi debolissimi risultati è molto incerto” e che se l’eurozona peggiorasse ancora di più, il “risultato negativo sarebbe ancora più lungo e più profondo” della precedente crisi del 2008, e nessuna nazione sarebbe risparmiata.
La crescita per le nazioni in via di sviluppo sarà del 5,4% (la previsione era del 6,2) e quelle delle nazioni ricche dell’1,4 (dal 2,7 pronosticato).
La BM raccomanda di mettere al primo posto u impegno negli ammortizzatori sociali e lanciare programmi di infrastrutture. Essa fa notare che, anche grazie alla crisi, nella maggior parte dei Paesi in via di sviluppo  molti prezzi sono scesi e l’inflazione è diminuita. Nonostante ciò, si aggiunge “la sicurezza del cibo per i più poveri – compreso il Corno d’Africa – rimane una preoccupazione fondamentale”. Da un picco nel febbraio 2011 (in corrispondenza con la “primavera araba”), i prezzi sono scesi del 14%.

CHE SIGNIFICA DECLASSARE IL FONDO SALVA-STATI


Il fondo Salva-Stati (Efsf, European Financial Stability Facility) è un’ancora di salvataggio creato da 17 Stati Membri dell’Unione Europea con l’obiettivo primario di salvaguardare la stabilità finanziaria in Europa e fornire assistenza agli Stati ad alto debito. E’ nato per concedere credito esclusivamente agli Stati Membri e non ha fondi propri, bensì 780 miliardi di garanzia. Forte delle solide garanzie, l’istituto emette titoli di debito che vengono acquistati da enti di tutto il mondo, dalle banche ai fondi pensione, dai fondi sovrani alle agenzie assicurative. Col denaro raccolto, l’Efsf ricompra i titoli di debito degli Stati in difficoltà. In pratica l’Efsf nasce per ridurre il rischio che un’asta di titoli di Stato fallisca, tramite operazioni di acquisto sia sul mercato primario (le aste) che su quello secondario (negoziando titoli già in circolazione), riempiendo il vuoto lasciato dalla Bce, che interviene esclusivamente sul mercato secondario.

COSA IMPLICA IL DECLASSAMENTO

Il  downgrading dei titoli del debito a lungo termine dell’Efsf è stato la diretta conseguenza dell’abbassamento delle valutazioni su molti altri titoli di Stato europei, tra cui quelli di Francia e Austria, Stati molto importanti per le garanzie finanziarie al Fondo.
L’Efsf gode ancora del rating massimo di S&P sulle emissioni a breve, e vanta i voti più alti sulle emissioni a lungo da parte delle altre due agenzie di rating, Moody’s e Fitch. La decisione era attesa: S&P aveva già anticipato il downgrading il 5 dicembre, segnalando come “negativo” l’outlook sulle emissioni a lungo termine nel proprio Creditwatch.
Il deterioramento del rating porta con sé un aumento dei costi di finanziamento, che implica spese maggiori per aiutare gli Stati in difficoltà. Per questo si prevede che il supporto dato dall’Efsf ai paesi più deboli non potrà che ridursi. Saranno proprio i paesi in difficoltà a pagarne le conseguenze.
La situazione potrebbe cambiare velocemente, se ci fosse la volontà politica. S&P ha tenuto il proprio outlook sui fondi dell’Efsf su “developing”, che significa che potrebbero migliorare o peggiorare a breve. In che modo potrebbero migliorare? Aumentando le garanzie alla base dell’Efsf. Probabilmente sarebbe meglio anticipare l’istituzione, per ora programmata a luglio, dello European Stability Mechanism (Esm): quest’ente è destinato a sostituire l’Efsf in maniera definitiva ed il suo momento potrebbe essere arrivato prima del previsto.

Cinque domande sulla crisi

Cinque domande sulla crisi

a cura di SANDRO MEZZADRA e TONI NEGRI
L’approfondimento della crisi, con le sue devastanti conseguenze sociali, continua a spiazzare consolidati paradigmi interpretativi. Ne risultano non soltanto la bancarotta della scienza economica mainstream, ma anche inedite sfide per quanti hanno continuato in questi anni a praticare in forme originali la critica dell’economia politica. In questione, sempre più chiaramente, ci sembra essere proprio il rapporto tra le categorie economiche e le categorie politiche. Per aprire la discussione all’interno del sito di UniNomade abbiamo rivolto cinque domande ad Andrea Fumagalli, Christian Marazzi e Carlo Vercellone. Presentiamo di seguito le risposte di Andrea e di Christian, in forma di dialogo. Carlo ha svolto alcune riflessioni sull’insieme dei temi da noi proposti: le si possono leggere in conclusione.
Pensate che davvero i mercati non abbiano una leadership latente, qualcuno che suggerisca le operazioni da fare? Questo fuori da ogni teoria del complotto, ma semplicemente dentro l’analisi di ogni meccanismo di decisione, che prevede momenti di unificazione cosciente e non semplicemente condensazioni di spontaneità. 
Andrea Fumagalli: le grandi società finanziarie hanno un comportamento che possiamo definire da oligopolio collusivo. Il loro scopo è fare plusvalenze. In questa fase, le plusvalenze più elevate sono ricavabili dallo scambio dei derivati Cds, in particolare quelli relativi al rischio di default privato e pubblico. La natura collusiva dell’oligopolio finanziario viene garantita dall’intermediazione svolta dalle società di rating. A partire dalla crisi dei sub-prime (fine 2007), si è assistito ad un ulteriore processo di concentrazione nei mercati finanziari. Ecco alcuni dati.
Se il Pil del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95 mila miliardi di dollari, le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi. Tutti insieme questi mercati muovono un ammontare di ricchezza otto volte più grande di quella prodotta in termini reali: industrie, agricoltura, servizi. Tutto ciò è noto, ma ciò che spesso si dimentica è che tale processo, oltre a spostare il centro della valorizzazione e dell’accumulazione capitalistica dalla produzione materiale a quella immateriale e dello sfruttamento dal solo lavoro manuale anche a quello cognitivo, ha dato origine ad una nuova “accumulazione originaria” caratterizzata da un elevato grado di concentrazione. Per quanto riguarda il settore bancario, i dati della Federal Reserve ci dicono che dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, circa una media di 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500. Al 2011, cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie: J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati. Nel mercato azionario, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in modo consistente il numero delle società quotate. Ad oggi, le prime 10 società con maggiore capitalizzazione di borsa, pari allo 0,12% delle 7.800 società registrate, detengono il 41% del valore totale, il 47% del totale dei ricavi e il 55% delle plusvalenze registrate. In tale processo di concentrazione, il ruolo principale è detenuto dagli investitori istituzionali (termine con il quale si indicano tutti quegli operatori finanziari – da Sim, a banche, a assicurazioni – che gestiscono per conto terzi gli investimenti finanziari: sono oggi coloro che negli anni ’30 Keynes definiva gli “speculatori di professione”). Oggi, sempre secondo i dati della Federal Reserve, gli investitori istituzionali trattano titoli per un valore nominale pari a 39 miliardi, il 68,4% del totale, con un incremento di 20 volte rispetto a venti anni fa. Inoltre, tale quota è aumentata nell’ultimo anno, grazie alla diffusione dei titoli di debito sovrano.
Non credo che ci sia qualcuno che consigli le strategie dei manager delle grandi società finanziarie, men che meno qualcuno di “politico”. Come dirò più avanti, il potere economico-politico è nelle loro mani e lo possono esercitare senza che ci sia qualche “suggeritore”. La molla, è come sempre nel capitalismo, il guadagno e la ricchezza, in presenza di nessun comportamento “sopra le righe”. Il problema non è la sete di guadagno dei mercati finanziari, quanto piuttosto coloro che fungono da vassalli e sudditi.
Christian Marazzi: la “leadership latente” c’è, eccome. Come ben sintetizzato da Andrea Fumagalli e da Carlo Vercellone, la leadership dei mercati si invera nella concentrazione fenomenale del capitale industrial-finanziario venutasi a creare nel corso degli ultimi anni sulla falsariga dello stop-and-go della finanziarizzazione. Banche di investimento, imprese multinazionali, hedge funds, fondi istituzionali e fondi pensione ne rappresentano il cuore: sono loro che “fanno il mercato”, che orientano le fasi speculative “normalizzando” quelle che Keynes chiamava le “convenzioni”, come la convenzione latino-americana, quella internettiana, quella dei subprime e, poi, dei debiti sovrani. L’attacco all’euro è stato deciso nel febbraio del 2010 a New York da un gruppo di fondi speculativi, tanto per fare un esempio recente. Luciano Gallino, nel suo Finanzcapitalismo, ha addirittura quantificato “gli uomini che contano” nel mondo, se non erro in 10 milioni. Dal punto di vista della piramide del potere, sono le lobby che contano, perché esse, oltre che ai livelli alti del G 20, del FMI, della UE e della BCE, agiscono dall’interno degli Stati-nazione, articolando su scala locale quelle che sono le linee guida del capitalismo finanziario. La cosa che a me sembra più importante, comunque, è la seguente: la “leadership latente” c’è, ma non sempre. Il potere finanziario, certamente, crea il “mood del mercato”, definisce per così dire l’andamento normale delle fase di accumulazione, quella fase centrale della curva di Gauss durante la quale gli investitori si muovono mimeticamente, in gregge, secondo il principio (appunto) delle convenzioni storicamente determinate. Ma nelle fasi di panico, nella coda della curva gaussiana, quando appaiono i cigni neri di Thaleb, la leadership entra decisamente in crisi, viene stravolta dall’imprevisto e dall’imprevedibile. I cigni neri non sono necessariamente le crisi finanziarie, quelle implicite e cicliche della teoria dell’instabilità finanziaria di Minski. Sono, piuttosto, quegli eventi sociali e politici che sfuggono a qualsiasi modellizzazione politico-finanziaria. Quando si instaura il panico, anche la leadership è spiazzata. Un aspetto sul quale, almeno per me, non c’è ancora sufficiente chiarezza teorica è l’origine delle convenzioni. Ad esempio, io non credo alla spontaneità nella formazione delle convenzioni dei teorici della “finanza autoreferenziale”, in particolare di André Orléan, che è tra coloro che meglio ci hanno spiegato il funzionamento dei mercati finanziari. Credo che le convenzioni siano determinate scientemente, tenendo conto di tutta una serie di fattori strategici (oltre, ovviamente, alle opportunità di profitto), fra i quali gli squilibri macro-economici e geo-politici, le configurazioni monetarie (le differenze, ad esempio, tra una Fed e la BCE non sono bazzecole, così come il fatto che ci siano paesi in surplus e paesi in deficit), etc.

Molti analisti politici pensano che i mercati abbiano rovesciato sugli stati la loro capacità di centralizzazione, che quindi l’azione degli stati non sia semplicemente un’azione sovrana ma un’azione sovrana sovradeterminata da un coagulo di interessi finanziari. La fase successiva al 2008 di ri-finanziamento delle banche da parte degli stati si sarebbe conclusa con un ulteriore assoggettamento dei poteri sovrani agli interessi dei mercati. Tutto questo come funziona, se funziona, nell’attuale crisi? 
AF: Il fatto che la crisi dei sub-prime non abbia portato al collasso dei mercati finanziari è dovuto al fatto che si è verificato il passaggio dall’indebitamento privato (causa della crisi 2007) a quello pubblico (causa della crisi attuale), che si è assommato a quello privato. I dati sul debito nazionale lordo e sue componenti (relativi alla sola Europa e da aggiornare) mostrano che nel biennio 2007-2009 il debito nazionale lordo (privato più pubblico) è aumentato in due anni dal 382% del Pil al 443% (+8% annuo) contro un aumento del 5% annuo nel periodo 1995-2007. L’indebitamento privato è aumentato in media dell’8% annuo, mentere quello pubblico di quasi il 14% l’anno, dopo essere calato nel decennio precedente. Riguardo il settore privato, l’indebitamento maggiore è in Irlanda, Olanda, Danimarca e Gran Bretagna. Opposta è la situazione dell’indebitamento pubblico: i paesi con minor debito privato (Italia, Grecia e Belgio) sono quelli con il maggior indebitamento pubblico. Poiché l’indebitamento pubblico è inferiore, come quota del Pil, di quello privato, ne consegue che Grecia, Italia e Belgio possono sopportare meglio il rischio di default di quanto non lo possa fare ad esempio Gran Bretagna o Danimarca (e quindi possono risultare più appetibili, in quanto galline in grado di sfornare uova d’oro, senza l rischio di essere strangolati). Occorre inoltre ricordare che Gran Bretagna o Danimarca godono del diritto di signoraggio a differenza di Grecia e Italia. Caso particolare è l’Irlanda che ha un elevatissimo debito privato e ha visto quasi il triplicamento del rapporto debito/Pil nel biennio 2008-09.
Partendo da questa situazione, le politiche imposte a livello europeo sono state finalizzate ad ottenere due obiettivi: a. creare liquidità a fondo perduto per il sistema finanziario, onde evitare l’effetto domino di fallimenti privati e: b. una volta fornita la liquidità grazie all’indebitamento pubblico, impedire che tale indebitamento superi una certa soglia critica, definita dalle aspettative dell’oligarchia finanziaria. La speculazione non ha colpito i paesi a maggior rischio di default, come, ad esempio, gli Stati Uniti (che hanno visto il proprio rapporto debito/Pil passare dal 60% del 2007 al 105 % di fine 2011, in presenza di un elevato debito privato e pure di un elevato debito estero), Gran Bretagna e Danimarca, ma quelli che non possono godere del diritto di signoraggio e strategicamente meno rilevanti all’interno del paradigma tecnologico e di valorizzazione dominante nell’ambito del bio-capitalismo cognitivo attuale.

Quattro articoli sulla rivolta dei Forconi


Chi manovra da dietro le quinte i default sovrani ?



Non guardate il dito, guardate la Luna
di Giulietto Chiesa - 17/01/2012


Fonte: megachip



lunaeuro

E tenete la mano sul portafoglio. Perché questo 2012, anche lasciando stare i Maya, preannuncia grosse sorprese.  Qui vi espongo alcune cifre, che sembrano spiegare bene cos’è il dito e cos’è la Luna. Il dito siamo noi, l’Europa. Che è stata appena bombardata. Gli stormi di bombardieri della Standard & Poor’sMoody’s Fitch hanno appena affondato la Grecia e colpito altri sette paesi europei: Francia, Italia, Austria, Spagna, Portogallo, Cipro, Malta, Slovacchia e Slovenia.


Lesionata l’Ungheria, che sta per affondare anche se è fuori dall’Euro.
Tutti guardano il dito e pensano: ahinoi, stiamo affondando tutti! I bond greci a un anno, alla fine di luglio erano comprati e venduti al tasso d’interesse del 40%. Adesso gli stessi richiedono il pagamento di un interesse del 396%. Addio Grecia. I possessori dei titoli del debito privato greco, nel frattempo, alla chetichella, li hanno venduti quasi tutti agli hedge funds, i cui proprietari sono gli avventurieri irrintracciabili con sedi nei paradisi fiscali protetti da Londra. Ogni negoziato con loro è praticamente impossibile. La Grecia è fallita.
Gli altri europei sono stati messi in fila allo stesso sportello fallimentare. Anche la Francia affonda. L’asse franco-tedesco si rompe per decisioni prese oltre Atlantico. Si salvi chi può! Probabilmente è vero.
Ma sarebbe utile dare un’occhiata ai bombardieri. Che hanno preso il volo da Wall Street e Londra. E lassù stanno peggio. Il Governo Federale degli Stati Uniti deve chiedere un nuovo prestito di 6,2 trilioni di dollari prima della fine del mandato di Barack Obama. Il debito americano è aumentato di 15 volte negli ultimi trent’anni. So bene che Washington si stampa i dollari che vuole. Ma questo debito aumenta, ogni anno di un trilione di dollari. Cioè mille miliardi. La barca Usa naviga in acque torbide, dove – se si fa la somma di tutti i debiti, pubblici, privati, delle imprese – ogni famiglia americana deve pagare un debito medio di 683.000 dollari.
Non reggerà a lungo. Forse non regge più neppure per tutto il 2012. Segnali di scricchiolio sono molti. Il più grosso, e visibile, è che i possessori di certificati di credito del tesoro americano (stranieri, chi saranno? E in quali monete li stanno scambiando?) stanno cominciando a vendere il debito americano su tutte le piazze. Poco per volta, è vero. Ma quel poco comincia a vedersi. Nelle ultime sei settimane sono stati venduti ben 85 miliardi di dollari di quel debito. Non si era mai verificato un evento del genere nell’era della globalizzazione.
Resta da vedere se, e quando, i bombardieri della squadriglia Standard & Poor’s si alzeranno per bombardare questo debito. E quanto costerà, di interessi, al Tesoro americano.
Non se ne esce. O, forse, se ne esce con una grossa guerra, in cui un’Europa in ginocchio sarà trascinata per i capelli. Ecco, guardate la Luna. Probabilmente ci vedrete, rispecchiate in trasparenza, Damasco e Teheran.

martedì 17 gennaio 2012

ROMANIA: Una crisi non solo economica?


ROMANIA: Le proteste e il loro contesto. Una crisi non solo economica?

di Matteo Zola

La crisi europea, una crisi che sembra al contempo economica e d’identità, accende anche la Romania dove da giorni vanno avanti proteste contro l’attuale governo, guidato da Emil Boc, e il presidente Traian Basescu. Una protesta contro quelle misure di correzione economica che il Fondo Monetario Internazionale impone agli Stati in cambio della concessione di fondi. E’ quella che comunemente viene detta “austerity” e dei cui mali (almeno secondo chi scrive) abbiamo già detto parlando della Grecia. Occorre però dire che Bucarest i soldi li ha presi, e che le regole del gioco, ad oggi sono queste. Anche l’Ungheria, che ha provato a fare a meno del Fmi, ha dovuto recentemente riallacciare le trattative.
La Romania però è un Paese complicato, in perenne transizione tra il passato regime socialista e il nuovo regime democratico. Una democrazia incompiuta, gestita dagli stessi uomini del vacchio regime e dai loro figliocci. Le attuali proteste sono state paragonate a quelle del 1989. Secondo chi sostiene questa analogia, oggi come allora le proteste sarebbero pilotate, fomentate, cavalcate da chi ha interesse a rovesciare lo status quo per mettere se stesso (o suoi affiliati) al potere. Dopo l’omicidio di Ceausescu a prendere il potere furono infatti – dopo averlo giustiziato – gli eredi del suo stesso regime. E oggi?
A scatenare la protesta sarebbero state le dimissioni di Raed Arafat, siriano naturalizzato romeno, fondatore del Serviciul Mobil de Urgenta, Reanimare si Descarcerare (Smurd), servizio di medicina d’urgenza che per anni ha affiancato il disatrato servizio d’emergenza urgenza dello Stato. Una recente riforma della sanità, voluta da Basescu su “consiglio” del Fmi, prevede l’ingresso di privati nel settore. Come suggerito da Matteo Tacconi, Arafat si è dimesso in protesta di una legge che andrebbe a toccare il suo Smurd, nel frattempo riconosciuto come servizio nazionale ma “monopolio” di Arafat.
Luca Bistolfi, in un precedente articolo, paventa la presenza di agenti della polizia di sicurezza tra i manifestanti, infiltrati allo scopo di far degenerare la piazza in scontri violenti. E la violenza, si sa, deligittima qualsiasi protesta. Il premier Emil Boc ha dichiarato: “La violenza non sarà più tollerata” così, durante la manifestazione di ieri sera a Bucarest, sono scattati gli arresti per più di 250 persone con circa 280 denunce per violazione dell’ordine pubblico. A questi si aggiungono una settantina di feriti.
La Romania è il Paese che più di tutti, in Europa, sta subendo i tagli di bilancio imposti dal Fmi. La crisi romena è gravissima. Come riporta Mihaela Iordache, su Osservatorio Balcani, ci sono stati: “tagli draconiani di stipendi e pensioni, licenziamenti anche nel pubblico. Questo nonostante la Romania continui ad essere il Paese con la crescita più alta dell’Unione europea, nell’ultimo trimestre dell’anno scorso ha registrato un +1.8%.Il caso Arafat è stato solo la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso e ad accelerare le proteste”.
Il leader dell’opposizione del Partito Nazionale Liberale (PNL), Crin Antonescu, cavalca l’onda delle proteste e invoca elezioni anticipate.
Le proteste contro le misure economiche volute dal governo, in Romania, si intrecciano con un sostrato di corruzione, poteri deviati, interessi personali, uso pubblico della violenza. La protesta, che sembra destinata ad accrescersi, porterà forse alle dimissioni di Boc ma Basescu difficilmente lascerà la poltrona di presidente. Il timore è che, come già nel 1989, tutto cambi affinché tutto resti uguale.

Documento "Causa della fondazione e ideologia del PAS"



Clicca qui per leggere cos'è il PAS, il partito che non è né di destra né di sinistra né di centro, perché la destra erra nel privilegiare l'individuo, la sinistra nel sacrificarlo, e il centro nel porsi a mezza strada tra due errori, laddove il PAS è fondato sul diritto di svilupparsi liberamente, come vuole la destra, purché lo sviluppo individuale sia funzionale allo sviluppo della società, come non può che piacere alla sinistra. 
Una concezione che coincide con il concetto di intelligenza, che non è null'altro che una categoria morale - la massima - consistente nella capacità di svilupparsi passando attraverso lo sviluppo degli altri. Una categoria morale tipica solo dell'uomo, perché il cane sarebbe intelligente solo se, guardandoti negli occhi, sapesse capire se hai fame e decidere se dividere con te la scodella, laddove è solo capace di partecipatività, ovvero di amarti sì, magari fino alla morte, ma solo per quello che serve a lui...



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Il Signoraggio a Cartoni Animati



Cartone animato che spiega molto bene la TRUFFA del SIGNORAGGIO.

Consigliata la visione a GRANDI e PICCINI.

PRIMA PARTE:



SECONDA PARTE: