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giovedì 19 gennaio 2012

Monte dei Paschi: è rischio nazionalizzazione


Fari puntati su Monte dei Paschi, che rischia sempre di più di la nazionalizzazione "parziale o totale". E' quanto afferma un articolo del Financial Times, che riporta le preoccupazioni delle autorità di regolamentazione europee. 
Insieme a Commerzbank, spiega il quotidiano britannico, MPS potrebbe infatti non essere capace di presentare piani credibili sul miglioramento del proprio capitale, tanto che le stesse autorità affermano che "una iniezione di mezzi freschi" da parte dell'Italia -nel caso di Monte dei Paschi- e dalla Germania -nel caso di Commerzbank - "è quasi inevitabile". Si tratta, ha detto un funzionario, "di grandi casi".
Gli stress test che sono stati lanciati lo scorso dicembre dallo European Banking Authority (Eba) hanno messo in evidenza per MPS un bisogno di capitale di 3,3 miliardi di euro; nel caso di Commerzbank, il buco sarebbe di 5,3 miliardi. 
Entrambe le banche non hanno rilasciato alcun commento sul rischio che debbano bussare alle porte dei relativi stati, e anzi hanno insistito sulla loro capacità di risolvere la questione. 

Tra le banche europee più importanti, recentemente solo Unicredit, la banca numero uno per asset, ha lanciato un'operazione di aumento di capitale. Gli analisti intervistati dal Ft sottolineano però che il forte tonfo del titolo seguito all'annuncio rappresenta per altri istituti di credito un deterrente nell'andare nella la stessa direzione.

Forti, dunque, i timori sul futuro di MPS, che secondo il Financial Times è al rischio maggiore di essere costretta, almeno, a una nazionalizzazione parziale. Tre fonti di mercato hanno affermato che in questo caso, interverrebbe la Cassa Depositi e Prestiti, che potrebbe fornire fondi o direttamente alla banca o indirettamente, attraverso il principale azionista, la Fondazione Monte dei Paschi.

FONTE

lunedì 16 gennaio 2012

GB, lo yuan sbarcherà presto nella City



«La City londinese potrebbe molto presto diventare ufficialmente un centro offshore per lo yuan, la moneta cinese». Ad esserne convinto è Robert Peston, caporedattore economico della BBC, secondo il quale un annuncio potrebbe effettuato nei prossimi giorni. Anche il Financial Times ha confermato la notizia, avendo scritto che George Osborne si appresta a firmare oggi stesso un accordo con Hong Kong.

Si tratterebbe di un gigantesco business per la piazza finanziaria britannica, stimato dal quotidiano francese Les Echos in un miliardo di sterline di ricavi supplementari. In concreto, saranno le banche inglesi a sviluppare un mercato in yuan. E pazienza se molte persone nel Regno Unito hanno già storto il naso, ricordando i problemi legati ai diritti umani in Cina.

Quest’ultima, da parte sua, avrà tutto da guadagnarci. Sebbene l’economia asiatica sia infatti ormai la seconda a livello mondiale, la valuta locale è ancora un nano sul mercato monetario mondiale, che rappresenta un volume di scambi di 4 mila miliardi di dollari al giorno. Per questo a partire dal luglio del 2010 le autorità di Pechino hanno autorizzato lo scambio di yuan a Hong Kong, dove numerose multinazionali hanno già cominciato ad emettere debito nella valuta cinese. Il salto a Londra sarà però gigantesco, al confronto: basti pensare che la City rappresenta circa il 37% dell’intero mercato dei cambi globale, due volte più di New York.