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martedì 28 febbraio 2012

LA STRATEGIA TEDESCA SUL DEFAULT GRECO


Stanno cercando di isolare la Grecia e i paesi periferici, compresa l'Italia, per mettere al riparo le loro banche dal rischio default. La Grecia fallirà entro i prossimi 12 mesi ed è difficile pensare che questo non avrà effetti sull'Italia. Noi siamo l'Europa periferica

lunedì 27 febbraio 2012

Fallimenti bancari, tocca a Georgia e Minnesota


Continua l’attività della Federal Deposit Insurance Corp, l’autorità di controllo che vigila sulla salute del sistema bancario Usa. Questa volta la FDIC interviene in Georgia e Minnesota e chiude altre due banche, portando a 11 il conteggio dei fallimenti nel 2012 a livello nazionale.

giovedì 23 febbraio 2012

L'Europa ha condannato la Grecia alla morte della democrazia


La Grecia è condannata alla recessione a vita, una sorta di carcere all'aperto che i cittadini greci impareranno presto ad odiare. Siccome chi ha prestato i soldi ai greci non si può permettere di mettere a bilancio una perdita pari ai titoli greci acquistati, allora si pretende di costringerli a ripagare il debito a prescindere da quanti soldi hanno effettivamente in tasca e da quanto riusciranno effettivamente a guadagnare.

mercoledì 15 febbraio 2012

Tutti fuori dall'Unione Europea, la speranza di Nigel Farage (+video)


La Troika composta da Ue Bce e Fmi sta peggiorando la situazione in Grecia e il nuovo piano di austerita' imposto "dall'alto" rischia di scatenare nuove violenze. "Non abbiamo ancora visto niente", secondo l'anti europeista Nigel Farage.

lunedì 13 febbraio 2012

Le Condizioni Cartaginesi della Germania alla Grecia

Ambrose Evans Pritchard sul Telegraph critica le dure e miopi condizioni poste alla Grecia, che porteranno avanti la crisi sino all'esito finale, con gravi conseguenze anche per la Germania

giovedì 2 febbraio 2012

Chiesta la resa sul bilancio al governo Greco


E' ufficiale: il Ministro dell'Economia Tedesco che ha chiesto alla Grecia la resa della politica di bilancio, dice che questa non è che la prima di molte "Richieste" simili ai paesi Sovrani.

lunedì 23 gennaio 2012

La cattolica Irlanda teme il default e lancia bond islamici


Sono obbligazioni particolari, i bond islamici chiamati Sukuk Bond, e proprio la cattolicissima Irlanda potrebbe lanciarle a breve. Rispettano la legge islamica, che vieta ai prestiti di generare interessi, e sono ovviamente appetibili per investitori sensibili alla Sharia, come i paesi del Golfo. La troika composta da Fmi, Bce e Ue ha certificato che Dublino, per il 2011, ha centrato gli obiettivi: ma per stabilizzarsi e scongiurare il rischio di fallimento meglio cautelarsi. Anche ricorrendo alla legge islamica. 

L’Irlanda potrebbe essere il primo Paese europeo a emettere Sukuk bond, riferiscono fonti vicine al ministero delle Finanze. Queste obbligazioni dal nome esotico stanno prepotentemente entrando sulla scena. Intercettano le necessità degli investitori arabi poiché non entrano in conflitto con la legge islamica, che vieta ai prestiti di generare interessi. Vengono strutturati in differenti tipologie, sostanzialmente attraverso accorgimenti tecnici si crea una successione di flussi di cassa che armonizza il profilo rischio/rendimento tipico delle obbligazioni europee con i precetti della Sharia. E pur essendo la legge islamica in vigore solo in alcuni paesi, molti musulmani moderati sono favorevoli all’utilizzo di questi ibridi Islam-friendly.

Una recente proiezione di Kuwait Finance House vede le nuove emissioni di tali bond sfondare la barriera dei 200 miliardi di dollari nel 2012, con un balzo anno su anno del 25-30 per cento. E, soprattutto, prospettive di sviluppo sono enormi. Alcuni Paesi europei stanno da lungo tempo valutando l’opportunità di dare il via a emissioni di questo tipo, Francia, Regno Unito e Lussemburgo ad esempio. Lo stato tedesco del Saxony-Anhalt ne emise 100 milioni di euro già nel 2004. Ma nessuno sembra ancora aver fatto la mossa decisiva. È notizia dell’ultima ora quella secondo la quale potrebbe essere l’Irlanda la prima a scendere in campo. Sebbene una ricerca di PricewaterhouseCoopers del 2010 avesse analizzato questa opportunità per Dublino, solo in questi giorni si è presa la via più concreta per la nascita di questi bond.

venerdì 20 gennaio 2012

Da Washington una "trappola" per l’Italia


“Bisogna essere più ottimisti rispetto a sei o sette mesi fa” sostiene Mario Draghi davanti ai banchieri centrali a congresso in quel di Abu Dhabi, terra di petrolieri e di sceicchi banchieri, visto lo shopping in Unicredit. Eppure il presidente della Bce, non più tardi di una setimana fa, aveva sferzato i deputati dell’Europarlamento sillabando, nell’emiciclo di Straburgo, che “la situazione è gravissima, in netto peggioramento”. A quale versione credere?
L’Italia vista dal Fondo monetario internazionale va verso una recessione profonda, soprattutto il 2012 sarà peggio del previsto: il Pil italiano è visto in calo del 2,2% nel 2012 e dello 0,6% nel 2013. “La ripresa globale è minacciata dalle crescenti tensioni nell’area dell’euro” prevede l’Economic Outlook dell’istituzione di Washington che si accinge a raccogliere mille miliardi per sostenere i paesi in difficoltà nei prossimi anni (ogni riferimento all’Italia è puramente intenzionale). Ma le Borse, a giudicare dai numeri, hanno già archiviato il peggio. Rispetto alla metà di settembre, quando l’allarme cominciava a risuonare in tutti i desk della finanza globale e nelle cancellerie del G20, lo Standard & Poor’s 500 segna un rialzo del 26% a Wall Street, l’indice Dax cresce a Francoforte del 19%, la derelitta Milano, che ne ha viste di tutti i colori, è sopra del 13%.
Eppure da allora si sono moltiplicate le notizie negative. A settembre ci si stracciava le vesti di fronte alla prospettiva di un taglio “volontario” del 30% dei crediti dei privati verso la Grecia. Ora si viaggia sul 50% o anche più. Il governo in carica a Palazzo Chigi negava nei suoi documenti ufficiali la prospettiva della recessione, oggi già in corso. A Madrid il governo uscente prevedeva un deficit del 6%. In realtà è due punti di più. Si dava per scontato, infine, che il rafforzamento del Fondo salva-Stati era questione di giorni. Al contrario, l’odissea dei quattrini che non ci sono è tutt’altro che finita. In cambio, l’Eba chiede alle banche di casa nostra quattrini veri, da vesare entro giugno.

mercoledì 18 gennaio 2012

CHE SIGNIFICA DECLASSARE IL FONDO SALVA-STATI


Il fondo Salva-Stati (Efsf, European Financial Stability Facility) è un’ancora di salvataggio creato da 17 Stati Membri dell’Unione Europea con l’obiettivo primario di salvaguardare la stabilità finanziaria in Europa e fornire assistenza agli Stati ad alto debito. E’ nato per concedere credito esclusivamente agli Stati Membri e non ha fondi propri, bensì 780 miliardi di garanzia. Forte delle solide garanzie, l’istituto emette titoli di debito che vengono acquistati da enti di tutto il mondo, dalle banche ai fondi pensione, dai fondi sovrani alle agenzie assicurative. Col denaro raccolto, l’Efsf ricompra i titoli di debito degli Stati in difficoltà. In pratica l’Efsf nasce per ridurre il rischio che un’asta di titoli di Stato fallisca, tramite operazioni di acquisto sia sul mercato primario (le aste) che su quello secondario (negoziando titoli già in circolazione), riempiendo il vuoto lasciato dalla Bce, che interviene esclusivamente sul mercato secondario.

COSA IMPLICA IL DECLASSAMENTO

Il  downgrading dei titoli del debito a lungo termine dell’Efsf è stato la diretta conseguenza dell’abbassamento delle valutazioni su molti altri titoli di Stato europei, tra cui quelli di Francia e Austria, Stati molto importanti per le garanzie finanziarie al Fondo.
L’Efsf gode ancora del rating massimo di S&P sulle emissioni a breve, e vanta i voti più alti sulle emissioni a lungo da parte delle altre due agenzie di rating, Moody’s e Fitch. La decisione era attesa: S&P aveva già anticipato il downgrading il 5 dicembre, segnalando come “negativo” l’outlook sulle emissioni a lungo termine nel proprio Creditwatch.
Il deterioramento del rating porta con sé un aumento dei costi di finanziamento, che implica spese maggiori per aiutare gli Stati in difficoltà. Per questo si prevede che il supporto dato dall’Efsf ai paesi più deboli non potrà che ridursi. Saranno proprio i paesi in difficoltà a pagarne le conseguenze.
La situazione potrebbe cambiare velocemente, se ci fosse la volontà politica. S&P ha tenuto il proprio outlook sui fondi dell’Efsf su “developing”, che significa che potrebbero migliorare o peggiorare a breve. In che modo potrebbero migliorare? Aumentando le garanzie alla base dell’Efsf. Probabilmente sarebbe meglio anticipare l’istituzione, per ora programmata a luglio, dello European Stability Mechanism (Esm): quest’ente è destinato a sostituire l’Efsf in maniera definitiva ed il suo momento potrebbe essere arrivato prima del previsto.