venerdì 7 settembre 2012

L'Italia è una puttana ? i rentiers sono i magnaccia


Un debito lungo 150 anni
di Piero Bevilacqua - 06/09/2012
Fonte: Il Manifesto

noprivmega
È già accaduto che l'Italisi sitrovatin condizioni di gravi difficoltà finanziarie, gravatdun considerevole debito pubblico. Anzi, si può dire che il nostro Stato-nazione sorge, nel 1861, su unmontagndi debiti contratti per sostenere le nostre guerre d'indipendenza (NdT: il creditore era Karl Rothschild)L'Italia, dunque, nasce indebitata, mper ragioni ben diverse dquelle dei nostri anni.

E tuttavia, allorcome oggi, i gruppi dirigenti pensarono di trovare unsoluzione mettendo in venditil nostro patrimonio: in quel caso il vasto complesso dei demani ereditati dai vari Stati regionali. Si trattavdi un immenso complesso di terreni ed annessi che si pensò di vendere ai privati per risanare le esauste casse del pubblico erario.
Come hricordato ungiovane storica, RobertBiasillo, sulle pagine di questo giornale (3 aprile 2012) contro questsceltsi levò lvoce di un giuristdell'Italiliberale, Antonio Del Bon, che in un “manifesto “ del 1867, elencavcon grande saggezze competenzle ragioni che sconsigliavano lvenditdel nostro patrimonio immobiliare. Egli consigliava, al contrario, di offrire ai privati le terre demaniali con un contratto di fitto venticinquennale, così dnon prosciugare i capitali di chi investiva, stimolando al contrario l'utilizzo produttivo dei terreni e lasciare tuttavii demani in proprietà dello Stato, quale «Tesoro dellNazione... un tesoro produttivo indefinitamente” dconservare anche per le future generazioni. (NdT: i terreni della Corona inglese possono solo essere affittati per 99 anni)

Ora, a consigliare di non vendere i nostri beni pubblici, mdi utilizzarli in altro modo per abbassare il livello del nostro debito, concorrono più ragioni che è bene non dimenticare. Innanzi tutto - e questo è noto anche agli uomini del governo - nell'attuale situazione di mercato l'operazione si configurerebbe come unvere proprisvendita. E ciò a prescindere dallriuscittecnicdell'operazione. L'obiezione secondo cui tramite un fitto di lungo periodo lsommche lo Stato incasserebbe sarebbe insufficiente, hscarso valore, perché questo accadrà comunque.
Vendere beni pubblici è difficile. E il rischio che lo Stato corre è di privarsi di un immenso patrimonio, con manufatti anche di grande valore, ricavando allfine somme irrisorie. Questo è accaduto anche negli anni '60 dell' 800. Come hricordato lBiasillo, nel 1872 l'allorministro delle Finanze Quintino Sella (NdT: la cui famiglia fondò la Banca Sella di Biella) dichia allCamerche dallprivatizzazione di beni il cui valore er700.798.613 di lire, lo Stato avevincassato solo 277 milioni.
Non diverso esito si è avuto dalle vendite recenti. Dalle ultime due operazioni di cartolarizzazione del "Governo Tremonti", fronte di unprivatizzazione di beni per 16 miliardi di euro, alle casse dello Stato ne sono arrivati solo 2.
Moccorre richiamare allmemoriunlezione storicche vale perfettamente anche per il presente. Tutte le esperienze di venditdi beni, sistatali che ecclesiastici, lungo l'interlstorinazionale, mostrano un effetto che costituisce uncostante per così dire perversdi simili operazioni. Esse producono un generale rafforzamento dell'attitudine redditierdei privati (NdT: e qua occorrerebbe stilare una lista precisa di chi sono stati questi privati beneficiati...) e deprimono, di converso, l'ardimento imprenditoriale e l'attitudine al rischio. E' un fenomeno elementare, facile dcomprendere anche per gli economisti neoliberali. Chi esborsun significativo capitale per l'acquisto, è poi in genere restìo a impegnarsi in ulteriori investimenti di valorizzazione produttiva. E' facile immaginare che lvenditcreerebbe unnuovmanomortin mano private sottrarrebbe capitali all'iniziativimprenditoriale

Lconvenienznon vendere e a utilizzare i beni pubblici, come sostenevDel Bon, quale “prospettivdi credito stabile e duraturo” trovoggi unsingolare confermnellrecente esperienzdellFinlandia , alle prese con gravi problemi di finanzpubblica. Come hricordato il primo ministro conservatore di quel Paese, Jyrki Katainen, in unintervistDer Spiegel del 13 agosto – ne hriferito Repubblica lo stesso giorno – anziché vendere i loro beni, i finlandesi li hanno utilizzato come pegno per l'emissione di nuovi titoli pubblici. (NdT: meglio ancora allora usarli per garantire una emissione di biglietti di stato senza interessi, per non dire che si potrebbero emettere - come fece MORO - SENZA GARANZIA ALCUNA SE NON QUELLA CHE LO STATO LI ACCETTA IN PAGAMENTO DELLE TASSE) Tale operazione hottenuto unnotevole riduzione degli interessi sul debito, con un risparmio pari al 10% del PIL in un breve periodo di tempo.« Non dimenticheremo mai questistruttivesperienza.”(We will never forget this formative experience) conclude Katainen. Operazione dunque di grande interesse per noi, considerando che, in fatto di patrimonio immobiliare, lFinlandinon è certo l'Italia

E qui veniamo ad un altro punto di riflessione. E' vero che nel novero di “beni pubblici” sono comprese tipologie molto varie di strutture e manufatti, anche di scarso valore storico-artistico e malamente utilizzati. Le amministrazioni locali spesso non conoscono gli immobili di cui sono proprietari, o che appartengono allo Stato, e pagano talorlauti affitti ai privati – come hricordato Paolo Berdini sul Manifesto del 10 agosto - per ospitare scuole od uffici.
Ma, fatte le debite distinzioni, occorre ricordare a tutti- ai nostri governanti, al nostro ceto politico, agli economisti e ai giornalisti che scrivono di temi economici - che i beni pubblici dell'Italia non sono i demani postunitari, né gli immobili dellFinlandia. I nostri sono i beni ricadenti nei confini di un Paese che, secondo l'Unesco, racchiude il 60% del patrimonio artistico dell'umanità.
Dobbiamo perciò chiederci: case del rinascimento, chiese sconsacrate, castelli, monasteri, ville, palazzi signorili, devono finire in mani private? Mquelle opere non solo hanno un valore artistico in sé, come singoli manufatti. Essi sono spesso legati a unpiù largtramurbane territoriale e compongono, nel loro complesso e nel contesto del nostro paesaggio, lbellezzdell'Italia, lsufisionomie lsuidentità nel mondo. Quindi lsuricchezzinalienabile presente e futura. (NdT: al limite sarebbe più corretto venderli per redistribuire il ricavato alla popolazione, la vera proprietaria, che li ha strapagati col signoraggio privato di una fiscalità corrotta, invece che beneficiare i soliti rentiers *occulti*...)
Quellricchezzche nessunmirabilia tecnologicpuò riprodurre, che non può essere minacciatdallconcorrenzdelle manifatture cinesi o indiane, mche oggi, paradossalmente, può essere distruttdall'interno, dal ceto politico di governo. Molti di quei beni racchiudono il nostro passato, lnostrmemori, ltramdellnostrstorie del genio nazionale. E allora? Devono perdere lloro nature fisionomidi bene comune, di patrimonio collettivo, essere smembrate e accaparrate dmani privati, magari dcoloro che nell'ultimo ventennio hanno fatto le loro fortune nelle scorribande piratesche dellfinanzderegolata?
C'è infine unulteriore ragione di opposizione all'alienazione del nostro patrimonio. Unragione sociale rilevante, che occorre mettere in campo contro lliquidazione dellnostridentità e dellnostrstoria. Come hricordato Ugo Mattei, molti di questi beni, nel corso di numerosi decenni, sono stati restaurati, hanno ricevuto tutele manutenzione grazie all'intervento pubblico e quindi con il supporto dellfiscalità generale. Dunque essi sono giunti sino all'attuale stato grazie al concorso materiale di tutti gli italiani. E' evidente che essi appartengono a tutti noi, non solo come lascito dellnostrstoria, mcome frutto del nostro lavoro e dei nostri risparmi.
Chi dà legittimità morale e politicdi vendere il nostro passato a un pugno di uomini che nessuno heletto, che dureranno qualche mese allguiddel Paese?  E per ripianare quale debito? Gli uomini dellDestrstorica, che misero in venditil demanio, dovevano ripianare le spese sostenute per liberare con le armi l'Italie realizzare l'unità del Paese (NdT: operazione che fu voluta dai Rothschild per consolidare i debiti degli stati-regioni - così come oggi l'unità europea...). Moggi? Il nostro debito è pubblico perché gravsu tutti noi, mle sue origini sono prevalentemente private. Oggi dovremmo svendere il nostro patrimonio per rimediare a oltre 40anni di privilegi del ceto politico regionale e nazionale, agli affarismi clientelari dei gruppi di potere, a costose “grandi opere”, alle facilitazioni alle grandi imprese (in primis e per decenni, allFiat) al complice lassismo fiscale dei vari governi, perfino alle spese di guerr( dai Balcani all'Afganistan) in violazione dellnostrCostituzione? 

Eppure, tale stradsegnun grave errore politico dell'economicismo neoliberist. Questo ambito dellmanovrdel governo attuale – manche di quelli che nel prossimo futuro dovessero muoversi sullstessline– costituisce ungrande occasione culturale e politicper lsinistritaliana (NdT: alla fine dell'800 si parlò di "sinistra ferroviaria", oggi potremmo dire "sinistrra bancaria"...). Perché laddove verrà minacciatlvenditai privati di manufatti importanti di un determinato territorio, sarà possibile attivare lreazione popolare in difesdi beni e monumenti che costituiscono, in tanti casi, il pregio e l'identità di un luogo. Non solo sarà possibile vedere all'operItaliNostra, il Fai ecc. che metteranno in evidenzil valore del singolo manufatto, msarà l'occasione per rendere le popolazioni più vivamente consapevoli dei patrimoni singolari che fanno lfisionomidel loro comune, del loro borgo, del loro quartiere urbano.
E le lotte in difesdi questi speciali beni comuni, contro lloro privatizzazione, costituiranno l'occasione per mostrare ad aree sempre più vaste di opinione pubblicil fondo miserabile dellculturcapitalisticdel nostro tempo.
Allfuriprivatizzatrice del ceto politico neoliberistsarà possibile contrapporre l'idedi unsocietà che difende i beni pubblici dellbellezza, dell'identità dei luoghi, dellmemoristorica, dellcondivisione comune degli spazi del vivere sociale.
Perché, infine, anche quest'altrdrammaticdifferenzvsegnalata, tri padri dellpatriche nell' '800 vendevano i demani e gli attuali governanti. Quegli uomini avevano un'idedell'Italiche volevano costruire. I nostri governanti, tecnici di lungo corso del capitale, annaspano nel caos che essi stessi hanno contribuito ad alimentare. Il termine futuro, che ritornossessivo nei loro discorsi, è come lparolluce in boccai ciechi, che invocano ciò che non vedono, testimonilo smarrimento di ogni idedel nostro possibile avvenire. Nessun altrprospettivemerge dalle loro parole se non rendere tutto il vivente perfettamente vendibile. Lfutursocietà che essi riescono a prefigurare non è che un pulviscolo di individui e di presidi privati tenuti insieme dagli scambi monetari. Per questo, difendere i nostri beni artistici, il patrimonio collettivo dellnazione, consentirà di mostrare ancor più nitidamente il nullverso cui marciano questi fautori dellcrescita, il cui unico orizzonte è quello di sciogliere lsocietà nell'acido del mercato. (NdT: diventa ormai impellente eseguire un AUDIT del debito pubblico, come ha fatto l'Ecuador, e stilare una lista dei magnaccia con nomi e cognomi).

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