giovedì 1 novembre 2012

Londra pensa l’impensabile: cancellare il debito


Londra pensa l’impensabile: cancellare il debito pubblico

Austerità? Peggio del previsto, secondo il Fondo Monetario Internazionale. Le conseguenze di tagli e aumenti delle tasse deprimono l’economia più del previsto, anche perché la politica monetaria è già espansiva. Si cercano nuove vie per il debito pubblico. Tanto che a Londra appare una tentazione: cancellarlo.
L’ultimo Rapporto del Fondo Monetario Internazionale ha scatenato un gran dibattito e – come vedremo – una tentazione. L’oggetto del dibattito sono le politiche di austerità volte a portare sotto controllo i debiti pubblici, che potrebbero portare in recessione le economie, con dei costi politici oltre che economici non indifferenti. Le politiche di austerità hanno, infatti, prodotto un effetto indesiderato e imprevisto, ossia un flessione delle economie maggiore delle aspettative. Questo è avvenuto, perché è stato sottovalutato l’impatto del moltiplicatore fiscale. Ecco i passaggi:
1) Il taglio della spesa pubblica e il rialzo delle imposte riducono il reddito nazionale (l’impatto della politica fiscale sul reddito nazionale si chiama moltiplicatore fiscale). Si hanno, infatti, meno redditi (diretti e indiretti) sul lato della spesa, e un minor reddito netto per le famiglie e le imprese.
2) I conti iniziali mostravano che per ogni euro di tagli+maggiori imposte si aveva una riduzione del reddito nazionale di mezzo euro. Ossia, il moltiplicatore fiscale riduceva il reddito nazionale, ma non troppo. Si aveva perciò un deficit ridotto di un euro, da mettere in rapporto con un Pil ridotto mezzo euro. Il rapporto Deficit/Pil si riduceva, con ciò migliorando – grazie al minor debito emesso per finanziare il deficit – il rapporto Debito/Pil nel corso del tempo
3) A posteriori il moltiplicatore si dimostrato più pesante: per ogni euro di tagli+maggiori imposte si è avuta una caduta del reddito nazionale da 90 centesimi di euro fino a 1,7 euro
4) La conclusione è che i paesi devono risolvere i problemi fiscali (ossia portare sotto controllo i deficit per ridurre nel tempo i debiti), sapendo che il loro reddito nazionale si contrae non poco.
5) A che cosa è dovuto l’errore nel calcolo del moltiplicatore fiscale? In condizioni normali una politica fiscale recessiva ha come contraltare una politica monetaria espansiva. Le due politiche in qualche modo si bilanciano e si ha un moltiplicatore fiscale che ha un impatto negativo limitato. Se la politica monetaria è già espansiva – i tassi della banca centrale sono negativi, se tiene conto dell’inflazione – essa non può più agire come contraltare dell’austerità fiscale riducendo i tassi e perciò il moltiplicatore fiscale morde oltre la norma.
Il ragionamento è stato contestato sul versante dei numeri, che potrebbero essere meno pesanti. Ma questo è un aspetto minore.
Arriviamo alla parte politica, che poi si trasforma in una parte tecnica. Se è vero che i moltiplicatori fiscali sono molto elevati, allora sorge la tentazione di trovare una strada diversa al problema del controllo con l’austerità del debito pubblico, sia nel breve, sia nel lungo termine. Infatti, il debito crescerà nei prossimi decenni smisuratamente per l’invecchiamento della popolazione, a meno, naturalmente, di mutare la legislazione. Quest’argomento è trattato in una ricerca del 2010 della Banca dei Regolamenti Internazionali. Altrimenti detto, il debito pubblico cresce – a legislazione invariata – indipendentemente dalla crisi in corso.
La strada diversa comincia a essere discussa (come ha fatto Gavyn Davies sul Financial Times) e ovviamente anche contestata. Trattasi niente meno della cancellazione del debito pubblico detenuto dalle Banche Centrali. In altre parole, la politica fiscale in forte deficit del passato è retrospettivamente finanziata con l’emissione di moneta. Una scelta orrenda dal punto di vista della Bundesbank, e opposta a quella italiana degli inizi degli anni ottanta, quando fu fatto divieto alla Banca d’Italia di acquistare le obbligazioni inoptate alle aste del Tesoro. Infatti, la discussione è per ora tutta britannica.
Ecco i passaggi maggiori. La Banca Centrale, quando compra il debito pubblico, lo compra solo temporaneamente. Ossia, prima o poi lo venderà, quando non sarà più necessario detenerlo, perché l’economia è ripartita. Nel caso della Gran Bretagna il debito pubblico in mano alla Banca Centrale è pari al 25% del debito emesso – non proprio poco. Esso è stato comprato iniettando liquidità (“creazione di moneta”) nel sistema, che, a differenza di quanto accade in condizioni normali, non è stata cheparzialmente impiegata. Quando la banca centrale venderà il debito pubblico, ecco che la liquidità sarà eliminata.
Se la banca centrale, invece, non rivende il debito, ma lo cancella, la liquidità resta. Inoltre, il debito pubblico è ridotto di molto, e dunque le manovre di austerità possono essere meno dure (così evitando anche l’effetto deprimente del moltiplicatore fiscale di cui abbiamo discusso). Con un debito pubblico di molto inferiore, l’onere da interessi si riduce, e dunque non è più necessario ridurre le altre voci di spesa nella stessa misura che si dovrebbe nel caso di pagamento integrale del debito. La liquidità resta ed essa potrebbe, a meno di ridurla per tempo, alimentare l’inflazione, una volta che la disoccupazione si sia ridotta. (L’alternativa alla cancellazione potrebbe essere quella di tenere indefinitamente il debito pubblico nel portafoglio della banca centrale, rendendo al contempo al Tesoro le cedole, in modo che il debito costi molto meno).
Saltando altri aspetti tecnici, arriviamo al dunque politico. Le politiche di controllo della dinamica del debito sono politicamente costose, sia perché riducono le attese sui servizi che lo stato erogherà nel futuro, come le pensioni e la sanità, sia perché nel presente si rischia di avere un’economia cedente. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti dovranno, per evitare la crescita smisurata del debito statale, “strizzare” per molti anni il loro bilancio pubblico – qualcosa fra la Spagna e la Grecia – e questo non può che preoccupare i politici e i banchieri centrali. Ecco che torna la tentazione di usare la banca centrale per ridurre gli oneri del debito. I vincoli della politica – la difficoltà di varare vere riforme - sono allentati dall’uso della sovranità monetaria.
E l’Italia? La nostra dinamica del debito sui decenni è fra le migliori, ossia esso cresce molto meno di quello altrui. Non si ha perciò bisogno di una banca centrale accomodante, che monetizzi il debito. Resta naturalmente aperto il problema della recessione nel breve, e della modesta crescita nel più lungo termine. 

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