martedì 13 novembre 2012

Morte al capitalismo. Sì, ma a quale?


Il vero demone è il capitalismo finanziario
di Miro Renzaglia - 12/11/2012
Fonte: mirorenzaglia
Il capitalismo è in crisi: mortal capitalismo. Sì, ma a quale? Perché, in realtà, chi npretendil decreto della fine, non ci dicné qualfra “i” capitalismi è più o meno in crisi, né qualsarebbl’alternativa una volta celebrata la messa funebr“del” capitalismo tout court
Per esempio: fra capitalismo familiare, capitalismo di stato, capitalismo dell“public company” chi sconta maggiormentladissennatezza della ricerca del profitto 
über alles? Guarda caso, stando ai numeri e non allchiacchiere, a pagardazio maggiorè proprio il verticdel neoliberismo imperantfino al fatidico 2008: quello managerialdell“public company”. Quello – per intenderci meglio – dell’azionariato diffuso, quello dellaricerca del massimo profitto in tempi brevi, costi quello chcosti in termini di “sacrifici” da far pagarai soliti ignoti: i lavoratori. Tanto chlaziendcon questo tipo di assetto, nel quindicennio 1997 – 2011 sono diminuitdel 38% negli Stati Uniti e addirittura del 48% in Gran Bretagna, i paesi culladell’ultraliberismo.
A reggermeglio alla negatività della crisi, sono gli altri due: il capitalismo familiare, chsi fonda sulla coincidenza della proprie e del management equello chsegna un fortritorno dell’intervento statalnell’economia (guarda caso, in vigornei paesi a crescita tumultuosa: Cina, Russia, Brasile, India). Piaccia o non piaccia, questi sono i numeri italiani: lindustria conduzionefamiliare, chsono rimastsostanzialmenttali, comla Campari (famiglia Garavoglia), Enervit (famiglia Sorbini), Valsoia (famiglia Sassoli dBianchi), Vanini (famiglia omonima) e Caltagiron(famiglia omonima), tanto per faredegli esempi, subiscono – è vero – un handicap del fatturato chsi aggira tra il 3 e il 9 per cento. Ma è quasi un pareggio di bilancio al confronto di quanto hanno perso aziende, una volta a capitalismo familiare, chhanno scelto la via della “public economy”. Anchin questo caso, sono i numeri chparlano: Fiat, segnala un calo fra il il 30 e il 45 per cento sul listino di borsa; Indesit eItalcementi, meno 30% circa; Cir, la holding di Carlo DBenedetti, ha l’Espresso in rosso del 36%, la Safilo è a -46%, la  Pierrel -49% e MaireTecnimont a -50%.
Sarà mica un caso chin tuttlazienddi “public economy” si sia realizzato quel processo chcon lungimiranza di altri tempi Lenin segnalava: «Nell’intimo nesso tra lbanchl’industria appare, nel modo più evidente, la nuova funziondellbanche. Allo stesso tempo si sviluppa, per così dire, un’unionepersonaldella banca con lmaggiori impresindustriali e commerciali, una loro fusionmediantil possesso di azioni o l’entrata dei direttori di banchnei consigli d’amministraziondellimpresviceversa. Pertanto si giunga una semprmaggior fusione, a una simbiosi del capitalbancario col capitaleindustriale»? L’ipotesi di Lenin non parper nulla azzardata e, anzi, trova oggi una conferma difficilmentconfutabile: quando per sostenerlo sviluppo dell’azienda ad origindi capitalfamiliarci si indebita con lbanche, si può puraveruno sviluppo momentaneo dell’impresa ma poi, snpaga fatalmentil prezzo.  E il prezzo finalè, quasi sempre, l’esproprio dellaproprietà familiare, il suo fallimento o la delocalizzaziondell’impresa.
Esemplare, in tal senso, apparla vicenda della Olivetti. Un’azienda a capitalefamiliarchfu per decenni all’avanguardia della ricerca e della realizzazioneindustriale, fino a concepiroggetti di uso quotidiano oggi imprescindibili quali sono il nostro pc e perfino il nostro pc portatile. Non solo: non avendo posto a suo esclusivo obiettivo il profitto über alles, seppessermotordi trasformazionper l’intero contesto comunitario ed urbanistico chsi muoveva intorno alla fabbrica di Ivrea. Finché, alla mortdi Adriano Olivetti, nel 1960, lasocietà divenne, nei decenni a seguire, facilpreda dellmirdei Colaninno, dei Tronchetti Provera, ovvero di una Telecom managerializzata  che, con generosa elargizione, Romano Prodi e Mario Draghi regalarono alleprivatizzazioni di lor signori. Tant’è che, quel chnrimane, proprio in questo 2012, ha dovuto subirla chiusura dell’Olivetti Engineering SA, allocata in Svizzera (guarda un po’) e dello stabilimento valdostano di Arnad.
Era, quello di Adriano Olivetti, e dell’azienda Olivetti, un esempio chpartiva dal capitalismo familiararrivava ad un esperimento ancora pochissimoesplorato di capitalismo altro: quello sociale. Un esperimento chfu stroncato dal capitalismo finanziario degli ultraliberisti, dei turboliberisti. Di coloro, cioè, chhanno determinato la crisi attuale. E’ da questo ultraliberismo chci si devedifendere. Non dal capitalismo familiarche, nonostanttutto, ha dimostrato di saper reggerbotta…

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